Villa Grock, Imperia: la casa del Re dei Clown

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Villa Grock, Imperia: la casa del Re dei Clown

di Devis Bellucci| @devisbellucci

Oggi pochi sanno chi sia, ma fino al 1954, anno del suo addio alle scene, era una star internazionale. Iniziamo dal nome: Adrien Wettach, nato in Svizzera nel 1880. Nome d’arte: Grock. Ci teneva a essere chiamato così anche lontano dal palcoscenico. Per la precisione dovremmo dire anche fuori dal tendone, dato che il signor Wettach, cioè Grock, è stato il più famoso clown della nostra epoca. Maestro di giocoleria, acrobata, mattatore, contorsionista ed equilibrista, era capace di suonare un considerevole numero di strumenti musicali, dal pianoforte alla fisarmonica a quel suo minuscolo violino, che tirava fuori da un’immensa valigia scatenando le risa del pubblico. Nel 1919 venne consacrato “Re dei clown” all’Olympia di Parigi. Si innamorò di Imperia e si ritirò qui, nella quiete della sua adorata Villa Bianca, dove morì nel 1959. Questa stravagante dimora, alter ego del suo eccentrico proprietario, oggi si chiama Villa Grock e ospita il Museo del Clown.

La storia di Grock

Adrien ereditò dal padre, cultore di atletismo e di acrobazie, la passione per il circo. A 14 anni esordì come funambolo, illusionista e uomo-serpente, per poi affinare la propria arte in una continua sperimentazione, che lo portò a padroneggiare ogni specialità della pista mantenendo sempre un repertorio di altissimo livello. Alla fine della propria carriera, si sarebbe definito come il risultato di mezzo secolo di osservazione e ostinazione, volta a perfezionare ciò che all’apparenza era già il meglio possibile. Dopo aver assunto il soprannome di Grock nel 1903, si esibì davanti a platee sempre più entusiaste in Europa e in America, facendo coppia con diversi compagni tra cui Max van Emden, con cui lavorò per 16 anni. Spesso in scena con addosso una sproporzionata palandrana a quadri, calzoni smisurati e grandi scarpe, divertì anche Chaplin nel 1953, poco prima di ritirarsi. A partire dagli anni ’60 la clownerie entrò in crisi, con gli artisti che si limitavano a replicare il repertorio classico, senza quella continua ricerca che aveva segnato la vicenda artistica del Re dei Clown. Forse Fellini pensava anche a Grock quando, nel 1970, diresse il documentario I clowns. Dal ritratto di questi uomini bizzarri e al contempo malinconici, emerge la nostalgia non solo di un’infanzia perduta, ma anche di un linguaggio in via di estinzione.

La villa e il suo parco

Villa Grock racconta la vita, la fantasia e l’estro creativo del Re dei Clown, concretizzandone spirito e sogni. Visitare la Villa e il suo Parco è come muoversi dentro al tendone di un circo, tanta la ridondanza baroccheggiante delle decorazioni che ambisce a stupire. Al contempo gli elementi simbolici e i graffiti, sparsi nel tessuto architettonico, rimandano al mistero di vivere e a una personale chiave di lettura della realtà. È qui, tra sculture di cornucopie, fontane e piante esotiche che Adrien trovava ispirazione, creava i propri numeri, metteva insieme musiche e gag. Emblematico il soffitto del portico all’ingresso della Villa, che rappresenta un cielo stellato. Secondo alcuni sarebbe un richiamo alla vita girovaga degli artisti circensi, ma secondo altri farebbe riferimento alla massoneria di cui Grock era affiliato.

Il Museo del Clown

Nella Villa restaurata di recente è stato allestito un percorso museale dedicato all’arte dei clown. L’intento è quello non solo di ricreare la suggestione del circo, ma d’immergere il visitatore nel mondo di Grock, attraverso spazi interattivi e apparati scenografici di grande impatto sensoriale. C’è la [i]Sala delle Meraviglie[/i], col pavimento pensato come una superficie illusoria, capace di produrre effetti visivi che cambiano al passaggio dei visitatori, insieme addirittura a un generatore di odori; c’è la [i]Sala del Baule[/i], dove viene presentata la vestizione dell’artista, mentre una serie di specchi multimediali riconosce la nostra presenza e ci trasforma in pupazzi vestiti da clown; c’è la [i]Sala del Circo[/i], le cui pareti si animano in sequenza proponendo incantevoli scenari realizzati con le ombre cinesi, tra fragranze di fieno e zucchero filato. In questo modo la visita diventa un’esperienza al confine tra realtà e sogno, ora divertente ora più poetica, coi ricordi che si fissano sull’onda di suoni e profumi. Uscendo ci si ritrova nel parco, in un silenzio da giorno dopo forse un po’ triste. Proprio come la magia del circo, che arriva dal nulla travolgendo la piazza di canti e colori, ma tempo un istante e la fiesta è finita. Clown, trapezisti e domatori sono volati via sui loro carrozzoni alati, e noi non siamo più bambini.

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