GENTE DI SARDEGNA

Sardegna. ph Gabriella Saba©
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GENTE DI SARDEGNA

Testo e foto di Gabriella Saba

Alla ricerca del senso di appartenenza. Così potrebbe intitolarsi questa mia raccolta di scatti a cui mi sono dedicata, da dilettante appassionata, al mio ritorno in Sardegna, dopo trent’anni passati a Milano e in giro per il mondo, con lunghi periodi in America Latina, a Cuba e in Colombia, in Cile. Non solo senso di appartenenza ma l’esigenza di chiudere un cerchio: chiudere i conti e farli tornare, in una sintesi che conclude il viaggio nel luogo da cui sono partita e poi tornata: la Sardegna, appunto.

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Ma senso si appartenenza a cosa? A quale Sardegna? Perché, alla fine, cos’hanno in comune la Barbagia e Cagliari? La Catalonia camuffata da Sardegna del nord-ovest e il Campidano? Gli anziani che ho ripreso al Poetto, la lunga spiaggia di Cagliari, i vecchi cagliaritani a cui il Sole 24Ore riconosce il primato dei più felici in Italia, disincantati e ironici, all’apparenza di una leggerezza quasi filosofica, sono sideralmante lontani dai vecchi che ho ritratto a Orgosolo, visi scavati e chiusi dietro cui immagini un mondo interiore che c’entra poco con quello del capoluogo, la Cagliari che molti detestano, nell’isola, che vedono lontana, che non li rappresenta.

Sardfegna. ph Gabriella Saba©
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Quale può essere il senso di appartenenza per una cagliaritana che dalla sua città se n’è andata a vent’anni e c’è tornata a cinquant’anni senza troppo entusiasmo ma che indovina in quella città pezzi di sé, lo sforzo è metterli insieme, come in un puzzle ma non è facile, ogni volta che ti sembra di afferrarne uno ecco che ti sfugge, lasciando sensazioni frammentate: l’odore ostinato del mare, il vocìo del Mercato di San Benedetto, uno dei più grandi d’Europa, con il suo pubblico rituale di intenditori che capiscono il pesce, loro sì, mica come la continentale acquisita che ancora ingenuamente chiede al venditore come fosse al banco del pesce di un super di Milano o Roma: “Non è che avrebbe del pesce persico?”, guadagnandosi un’occhiata di ironica pietà. I pesci piccoli da intenditori sono surelli e giarrettus, a venderli e pescarli sono i cosiddetti “piccoli pescatori”, figli e nipoti d’arte che sono a loro volta  una storia a sé, una Cagliari dentro Cagliari. O le atmosfere fuori tempo del quartiere di Giorgino con il suo piccolo villaggio di pescatori, anche lì, affacciato su una spiaggia esigua dall’atmosfera demodée ma con giardini e fiori e terrazzine in legno come nei Caraibi?


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Se poi, oltre ad afferrare quelle sensazioni cerchi di collegarle, con una robusta operazione mentale per trovare qualcosa in comune tra le atmosfere del mare e le imponenti, misteriose maschere di Ottana e Mamoiada dei carnevali barbaricini e un filo rosso tra il vecchio, popolare quartiere di Sant’Elia con il suo lungomare e il suo mercato e la sua gente e i murales di Orgosolo che raccontanto le vite dure dei pastori in una natura spettacolare quanto inclemente, ti chiedi se abbia senso. Ha senso raccontare con la pretesa di un filo conduttore una Sardegna che è in realtà molte isole e a volte a stento si capiscono? Ha senso tracciarne un percorso o una storia che siano comprensibili, per chi non abbia approfondite competenze storiche e antropologiche? E ha senso anche solo provarci? Non è una velleità? Me lo sono detta dopo aver visto questi scatti, ripercorrendone la storia a ritroso. Forse ognuno è una storia a sé. O forse è solo che la fotografa non è abbastanza abile, o la sarda che le ha scattate non è abbastanza sarda, e la sua sardità è fatta di brandelli, non è una storia. 

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Gabriella Saba

Cagliaritana ma milanese di adozione, ha scritto e scrive di America Latina per giornali e riviste come il Venerdì. Il Fatto Millenium, La Lettura del Corriere della Sera e il Reportage. E occasionalmente di Sardegna, la sua amata isola.

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