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Icone di luce: Cibachrome, smalti, laminati espansi sagomanti. in mostra collettiva Luce. Scienza Cinema Arte, Palazzo del Governatore, Parma, 2005. ©Silvio Wolf
Icone di luce: Cibachrome, smalti, laminati espansi sagomanti. in mostra collettiva Luce. Scienza Cinema Arte, Palazzo del Governatore, Parma, 2005. ©Silvio Wolf

UN PASSATO E UN PRESENTE SIMULTANEI

Foto e testi di Silvio Wolf

Silvio Wolf è un artista noto per le sue installazioni site-specific e per le opere fotografiche che portano lo spettatore a percepire un passato e un presente simultanei, il qui e l’altrove, e la compresenza di spazio e tempo. Utilizzando immagini fisse e in movimento, proiezioni, luci e suoni, singolarmente o in rapporto tra loro, Wolf crea installazioni multimediali e di arte pubblica che coinvolgono le specificità e le storie dei luoghi ove è chiamato ad operare, stabilendo con essi un rapporto simbolico ed esperienziale del quale il pubblico diviene parte attiva e consapevole. Nei suoi progetti site-specific, così come in tutta l’opera fotografica, sono sempre centrali i problemi dell’Assenza, dell’Altrove e della Soglia.  Lavorando tra rappresentazione e astrazione, Wolf sfida la natura indessicale dell’immagine fotografica, esplorandone il linguggio

Icone di luce Cibachrome, smalti, laminati espansi sagomanti.

Nel mio lavoro la luce è attivamente soggetto e mezzo: avverto un vincolo inscindibile tra processo e forma, linguaggio e realtà: l’uno è l’altra.  Fotograficamente parlando la luce opera uno strappo virtuale che mi consente di materializzare l’altrove in luogo intenzionato. Essa genera una condizione di ubiquità, un legame immateriale tra corpo reale e corpo virtuale: i due esistono simultaneamente in un e unico spazio-tempo. Le Icone di Luce sono il risultato di un doppio processo, simultaneamente generativo e distruttivo: la luce stessa che genera l’immagine fotografica distrugge quella pittorica. Del quadro originale rimangono visibili la cornice prospettica e la superficie riflettente della pittura ad olio, e la luce è il vero soggetto della rappresentazione. In questi lavori il punto d’osservazione è assieme messa in codice e prova d’esistenza. Le prospettive accentuate sono rappresentazioni fisiche di punti di vista retinici non convenzionali, visioni non ortogonali, posizioni mentali nei confronti dell’apparenza sensibile. Le Icone sono materializzazioni di luce, corpi spaziali sui quali la percezione oscilla continuamente tra superficie bidimensionale e corpo tridimensionale, tra qui e altrove, l’esserci e l’essere stato. Molta fotografia ha teso nel tempo a rendere visibile; questi lavori agiscono nella direzione dell’apparizione e assieme della scomparsa. La visione può nascere dall’illuminazione come dalla cecità. Ogni atto generativo porta con sé una fine e ogni cessazione un nuovo inizio. Nelle Icone di Luce queste condizioni estreme, sintetizzate dalla contemporanea presenza di due immagini, l’una pittorica e l’altra fotografica, si fondono dando vita a nascite e morti istantanee. Le Icone di Luce possono creare nuove generazioni d’immagini diventando soggetto di ulteriori riprese, prospettive, distruzioni e ri-creazioni in un ciclo iconografico auto-generativo: la luce è posta al centro d’un processo potenzialmente infinito.

Orizzonte #20,2014 ©Silvio Wolf
Orizzonte #20,2014 ©Silvio Wolf
Orizzonte #26, 2011-2015 ©Silvio Wolf
Orizzonte #26, 2011-2015 ©Silvio Wolf

Orizzonti: un’Idea di Astrazione c-prints, plexiglas, alluminio

Mi sono spesso domandato cosa significhi il termine astratto in fotografia, là dove i suoi statuti mantengono un profondo e inscindibile cordone ombelicale col Reale. A mio avviso sta a indicare lastrazione dal fiume del tempo, un frammento temporale immoto e sospeso: un infinito, assoluto presente. Ciò non di meno il mezzo fotografico è in grado di indicare una visione astratta dal reale nell’alludere a interpretazioni non retiniche del visibile, forme sovra-sensibili e immagini mentali che nel Reale si riconoscono simbolicamente. Gli Orizzonti sono scritture di luce auto-generate durante il processo di caricamento dell’apparecchio fotografico, oltre la coscienza e la volontà del fotografo. Sono manifestazioni sensibili della luce impresse sulla superficie foto-sensibile, prima che essa registri la prima immagine voluta dal fotografo: sono immagini prima del tempo, già attive in forma latente prima dell’incontro con lo sguardo e l’esperienza del fotografo. Ogni Orizzonte è uno scarto del processo fotografico, lo spezzone iniziale della pellicola sviluppata assieme all’intera striscia di materiale sensibile per rivelarne tutte le immagini impresse, le sue 36 vere fotografie. Si tratta di un processo off camera che avviene in camera: un paradosso che produce immagini pre-fotografiche scritte direttamente dalla luce. Con il termine Orizzonte designo il risultato di un atto d’appropriazione; quelle pellicole non sono mie, la mia paternità risiede nel riconoscimento e nell’attribuzione di senso all’oggetto fotografico, non nello scatto. Il mio oggetto non è il mondo ma il linguaggio, il codice del mondo visibile. M’interessa la latenza e la rivelazione dell’immagine, la sua manifestazione sensibile, la possibilità di un’apparizione, l’icona che nasce dall’intimo rapporto tra luce, tempo e materia: è una chance che accade. Gli Orizzonti sono a mio avviso le ultime “vere” fotografie del XX Secolo. Nulla è rimasto più da fotografare, Google ci indica che tutta la pelle del visibile è stata mappata, così come l’intera catena del DNA è stata scritta e codificata. Gli scienziati affermano che solo il 4% della materia esistente è visibile e quindi, ne inferisco, anche fotografabile, mentre il restante 96% è classificato in parte come Materia Oscura e in parte con l’ancora più enigmatico termine di Energia Oscura. Questi termini sembrano designare una realtà esistente ma non evidente ai mezzi basati sull’utilizzo della luce, forse neppure rappresentabile dal pensiero analitico che vi s’ispira. Se gli Orizzonti sono fotografie ultimative dell’esistente visibile, la loro sommatoria e riduzione alle radici del linguaggio, ne offre anche l’immagine più “oggettiva”, nella quale l’oggetto e l’immagine dell’oggetto coincidono, generando un modello di realtà che è il limite tra la luce e la sua assenza, tra materia e linguaggio. Linguaggio e soggetto non sembrerebbero più aver bisogno di un oggetto a loro esterno per dialogare: è il linguaggio che (ci) parla. Queste opere rappresentano un confine tra oggettività fotografica e astrazione, intendendo questo termine non come immagine non-referenziale, ma pura interpretazione della luce, fotograficamente rivelata. Il mio arbitrio si gioca nella scelta di quanto bianco (eccesso d’informazione) e di quanto nero (assenza d’informazione) includere nell’immagine, la posizione dove collocare la soglia: la linea che separa fisicamente la luce dalla sua assenza, la latenza dalla sua manifestazione e in definitiva la potenza dall’atto. L’Orizzonte indica il qui presente (hic et nunc) mentre allude a un altrove possibile: è una soglia reale e immateriale che contemporaneamente unisce e separa. Rappresento fotograficamente un processo d’esperienza e di transizione che avverto ovunque, meditativo e senza tempo. Tutta la vita è un continuo attraversamento di soglie.

Orizzonte 18 -Totem, in mostra personale Paradiso, Galleria Gottardo, Lugano, 2006. ©Silvio Wolf
Soglia a Specchio - Chance 31 - Ellisse, 2017 ©Silvio Wolf
Soglia a Specchio - Chance 31 - Ellisse, 2017 ©Silvio Wolf

Soglie a Specchio Stampe UV a getti d’inchiostro stratificati su specchio, alluminio

Le Soglie a Specchio sono realizzate a getto d’inchiostro direttamente su superfici ad alto potere riflettente, non utilizzando il tradizionale processo di stampa su carta chimica foto-sensibile. Poiché questo innovativo sistema di stampa non utilizza il colore bianco, là dove una fotografia sarebbe normalmente bianca essendo questo il colore del supporto, appare invece l’immagine riflessa del soggetto al suo cospetto. Questo bianco/specchio prodotto dall’assenza d’informazione, o per certi versi dal suo eccesso, rappresenta simultaneamente ciò che sta dentro e fuori dall’opera: proprio là dove la superficie è priva d’immagine, nei varchi lasciati liberi dall’assenza d’informazione, essa genera luce e riflesso abbracciando simultaneamente il mondo fenomenologico e quello interno all’immagine. Le Soglie a Specchio estendono l’idea di fotografica dal luogo specifico della ripresa a quello della fruizione, la sua esposizione si prolunga così dal momento passato dello scatto a quello presente della visione, nell’esperienza dello hic et nunc dell’osservatore: il suo sguardo, tempo ed esperienza. Desidero spostare l’attenzione dal referente, ormai ridotto a un lontano rumore di fondo della visione retinica, al Soggetto che si confronta con la realtà dell’opera, attivandola ad ogni nuovo sguardo. L’immagine è presentazione e rappresentazione, in un rapporto attivo e partecipe con l’osservatore: una relazione nella quale il Soggetto vede sé e l’altro da sé, -il mondo e l’immagine del mondo- contemporaneamente. Così lo spazio fisico che ospita il processo dello sguardo è a sua volta l’elemento attivo che pone il Soggetto al cospetto di sé stesso: colui che si scorge nell’atto di guardare è parte del visibile ed assieme della sua interpretazione. Questi lavori riguardano il Chi e non cosa: il tempo presente della visione e il luogo in cui accade rivelano il senso dello sguardo, offrendo un nuovo orizzonte interpretativo al pensiero sulla Fotografia. La verità dell’immagine è iscritta nell’occhio di chi guarda? Come la perla in un’ostrica si genera in un punto di frizione, la verità dell’immagine risiede nella superficie che simultaneamente unisce e separa due flussi d’informazione e due verità: sulla Soglia. 

Shivah, Simple Codes, in mostra personale Doppia Verità, Galleria Unimedia Modern, Genova, 2017. ©Silvio Wolf
Shivah, Simple Codes, in mostra personale Doppia Verità, Galleria Unimedia Modern, Genova, 2017. ©Silvio Wolf
Shivah, Simple Code, coperto.©Silvio Wolf

Shivah stampe UV a getti d’inchiostro stratificati su specchio, alluminio, cornici a cassetta, velluto nero foto-assorbente

Queste opere hanno una doppia natura: sono appese a parete coperte da un panno di velluto nero e possono essere fruite coperte o scoperte. Rappresentano le tracce del vissuto e del tempo: impronte lasciate dai visitatori di un museo che si sono seduti su un divano di pelle nera per contemplare le opere d’arte. Sono stampe a getti d’inchiostro UV stratificati su un supporto a specchio, sulle quali è parzialmente riflesso lo sguardo di chi osserva. Alla ricerca di un rapporto personale, diretto e partecipativo con l’osservatore, se scoperte rivelano la loro immagine riflessa da più punti di vista, se coperte permettono d’immaginare o ricordare l’immagine occultata: sono realtà nascoste e rivelate. L’idea di questa serie è ispirata agli antichi dagherrotipi che devono essere preservati dall’azione della luce, alla tradizione ebraica dello Shivah, il periodo di lutto che segue la morte di un parente stretto, durante il quale è richiesto di coprire le immagini e gli specchi della casa, e a quella tibetana di scoprire le immagini durante il tempo di preghiera. Queste opere sono luoghi simbolici d’interrogazione, riflessione e identità: soglie della percezione per indagare la natura ambigua e segreta delle immagini. Rapportandosi a tempi e luoghi diversi dentro e fuori l’immagine, affrontano quello presente dell’esperienza del Soggetto: è la scelta di porsi alla loro presenza a conferirle significato e valore.

Shivah, Simple Code, scoperto.©Silvio Wolf

Bio

Nato a Milano nel 1952, Silvio Wolf ha studiato Filosofia e Psicologia in Italia e Fotografia e Arti Visive a Londra, dove ha conseguito l’Higher Diploma in Advanced Photography presso il London College of Printing. Il suo lavoro è stato ampiamente esposto in gallerie, musei e spazi pubblici in Belgio, Canada, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Corea, Lussemburgo, Spagna, Svizzera e Stati Uniti, ed è incluso in numerose collezioni pubbliche e private. Wolf vive e lavora tra Milano e New York. È docente presso l’Istituto Europeo di Design di Milano ed è visiting professor presso la School of Visual Arts di New York.

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