LE COZZE, L'ORO NERO DI TARANTO
Mitilicultura tarantina tra resilienza e tradizione

Introduzione di Pio Tarantini. Testo e foto di Pamela Barba.

Taranto è una città molto bella che ho scoperto un po’ me-glio in anni recenti e rappresenta più di molte altre città meridionali le contraddizioni socio-economiche e ambien-tali di un Sud che non solo non riesce a superare l’antico divario con il resto del Paese ma che negli ultimi anni, in seguito alla globalizzazione e alla crisi economica interna-zionale, ha visto addirittura aggravarsi la sua condizione. Il Sud, come avvenne negli anni Sessanta, non è un paese per giovani: i pochi segnali di rinnovamento strutturale che arrivano da alcune preziose iniziative imprenditoriali non riescono a fermare l’emorragia di giovani che si spostano verso il Nord o all’estero, in un esodo massiccio e trasver-sale che include in toto il mondo del lavoro giovanile, dai giovani operai ai laureati. I paesi del Sud tornano così a spopolarsi: i centri abitati, soprattutto quelli piccoli, diven-tano tristi residenze di anziani che con le loro pensioni e i loro risparmi consentono a figli e nipoti un tenore di vita ancora apprezzabile ma sostanzialmente basato su queste rendite e risparmi.
Taranto, come è noto, vive ormai da lungo tempo la dolo-rosa vicenda della vecchia Italsider, l’acciaieria più grande d’Europa, ‘cattedrale nel deserto’ come si diceva negli anni Sessanta, che alla città ha fornito, insieme a un considerevole benessere economico derivato dall’opportunità di migliaia di posti di lavoro, anche il triste primato di un inquinamento incontrollato, facendo entrare in un conflitto che pare insa-nabile gli interessi economici e quelli della salute.
Mi sono permesso questa digressione introduttiva gene-rale sulla città perché, parlando di qualsiasi attività che riguardi la vita di Taranto, non si può prescindere da alcuni parametri fondamentali che la caratterizzano: la sua bellez-za, naturale e urbanistica, la sua storia che affonda le radici nella Magna Grecia, e la grande industria che la domina. Nella sua storia però – una storia potente da molti punti di vista inclusi quelli artistici – è radicata anche l’esperienza di una tradizione produttiva unica nel suo genere: l’alleva-mento di “cozze nere”, i comuni mitili, così diffusi e apprez-zati nell’area mediterranea e che vengono prodotti in molti altri importanti siti costieri ma che a Taranto, in virtù della particolare conformazione geografica del territorio, assu-mono un valore e una tradizione particolare. La città infatti,
fondata su una isoletta – l’attuale centro storico, magnifico e degradato – che unisce due lembi di territorio, si stende attorno a due grandi anse praticamente chiuse, una sorta di laguna che – oltre a rendere suggestivo il paesaggio – costituisce l’ambiente ideale per la coltivazione dei mitili. Pamela Barba, brava e impegnata fotografa nata e vissuta a Ceglie Messapica – un centro non distante da Taranto ma situato nell’entroterra della penisola pugliese, tra i due mari, lo Ionio e l’Adriatico – ha realizzato un lavoro foto-grafico dedicato proprio alla coltivazione dei mitili. E lo ha realizzato secondo ritmi e modi del reportage classico, sen-za concedere nulla alla spettacolarità, puntando alla narra-zione che, grazie anche ai testi che accompagnano le sue fotografie, diventa quasi didascalica, secondo la migliore tradizione giornalistico-documentaria.
Pamela entra nella vita degli allevatori di mitili accompa-gnandoli nei diversi passaggi del loro complesso e duro lavoro; ne segue e descrive modi, tempi, luoghi, emozioni, considerazioni e speranze, in un lavoro a tutto tondo che alla fine produce, sullo spettatore e lettore, la sensazione di aver imparato davvero molto su questa antica e non co-mune pratica produttiva. Un lavoro fotografico, dunque, utile in tempi in cui anche nel reportage fotografico pare prevalere l’aspetto spettacolare, che colpisca lo spettatore per l’originalità della visione.
Pamela racconta un mondo poco conosciuto della produ-zione marinara mediterranea con le sue fotografie in discre-to bianco e nero e con metodo quasi di antica tradizione antropologico-scientifica.

Pio Tarantini

In apertura: Stenditore. I pali delle strutture della stenditura sono alti 13 mt, vengono portati a spalla e piantati a mano; non tutti i mitilicoltori sono capaci di piantare i pali. In origine erano pali di castagno sostituiti poi dai pali in ferro per questione di durata e resistenza

Una pratica antichissima

La pratica della mitilicoltura a Taranto è una delle più antiche d’Europa, si hanno notizie del commercio dei molluschi sin dall’anno 1000. I bizantini suddivisero il Mar Piccolo in peschiere che presupponevano i pali e le cime che delimitassero queste aree: questi substrati, fissati al fondo del mare, si riempivano di frutti di mare come le cozze. L’osservazione del fenomeno, di generazione in generazione, ha permesso l’affinamento di una pratica molto efficace per quanto empirica, poi diventata una vera e propria industria standardizzata sulla fine del XVIII secolo. La molluschicoltura è così diventata uno dei traini economici più antichi della città.

A sinistra: u Fuèrch’, l’antenato del mezzo marinaio, ha tripla funzionalità: ci si può spingere, tirare verso e remare. A destra: durante il periodo dell’asciugatura i mitilicoltori passano giornate intere con la schiena china sul mare, uno sforzo che a lungo andare crea problemi di salute: mal di schiena, ernie al disco, strappi muscolari.

 

Le difficili condizioni della mitilicoltura

Le produzioni marine e i mitilicoltori sono un esempio di grande resilienza: hanno resistito alle guerre così come a circostanze ostili. Il Mar Piccolo, nel 1973, dopo quasi mille anni di molluschicoltura, fu dichiarato precluso alle attività di mitilicoltura a causa del colera: la colpa fu data ai mitili e non all’esplosione demografica della città cui si accoppiò una totale noncuranza dei reflui prodotti. Successivamente, in maniera inaspettata, a metà anni ’80, con la crisi dell’Italsider tanti mitilicoltori che prima erano stati chiamati all’interno della fabbrica durante il colera, ritornarono in mare e dismisero la tuta per rimettersi gli stivali (elemento fortemente vocazionale), in condizioni molto precarie: non esistendo la concessione erano tutti abusivi e lo sono stati fino al 2001. Il Mar Piccolo dunque, nonostante le battute d’arresto e il degrado, può ancora svolgere un importante ruolo di ammortizzatore sociale. Se Taranto non avesse avuto il Mar Piccolo, avrebbe subìto una catastrofe sociale.

Il Mar Piccolo

Il Mar Piccolo l’hanno definito “Comunità Frankenstein” o “Mare dei Paradossi”. Con le contaminazioni, la mitilicoltura dopo l’allevamento è stato il settore che ha patito di più ed ha avuto di meno. Negli anni intorno al 2011-2012 il Primo Seno del Mar Piccolo aveva ormai assunto le fattezze di una discarica. Tolta la funzione al Primo Seno a causa delle contaminazioni, viene svilito il ruolo dell’affaccio al mare, decade la sua rilevanza produttiva. Avevano declassificato tutte le acque come tipo B1. La richiesta di analizzare e certificare le acque del Secondo Seno è stata fatta circa dieci anni fa e solo nel 2019 viene confermata la classe A2 dagli organi competenti. Tutte queste problematiche inducono i mitilicoltori onesti a voler preservare il loro mare chiedendo più tutela e supporto. Ogni giorno lottano per migliorare la situazione, perché loro vivono per il mare.
Riflettendo, rispetto alle ultime vicende, se l’acciaieria di Taranto ha un inizio ed avrà una fine, le risorse rinnovabili del Mare non avranno mai una fine. La storia millenaria di questa città dimostra che oltre alla resilienza della gente che ci lavora è resiliente anche il Mar Piccolo con la sua comunità biologica. Allo stesso tempo basterebbe non inquinare più il Mar Piccolo e la sua produttività riprenderebbe giovando alla biodiversità. Il mare sta reagendo bene, nel senso che è bastato chiudere qualche scarico urbano affinché il Mar Piccolo avesse una rinascita delle varietà ittiche e vegetali. Le zone contaminate sono ancora lì (zona 176, Arsenale, Hot spot Tamburi, Pontile della Marina ed area ex cantieri Tosi) e impediscono di portare al raffinamento adulto del prodotto nel Primo Seno. Il Mar Piccolo si sta riprendendo ma ha bisogno di cure e di regole per poterlo gestire, ha bisogno che anche le stesse colture vengano adattate ai cambiamenti climatici in atto3. Inoltre, qualche anno fa fu evitata una tragedia, notizia sottaciuta. Nel 2005, la Regione Puglia, finanziata dal Ministero dell’Ambiente, voleva attuare il piano di dragaggio del Mar Piccolo, ma i mitilicoltori si opposero: alzare tutto quel fango avrebbe ucciso l’intero ecosistema. Ora su quel substrato – circa 30 cm – il fondale si sta ripopolando di varietà di pesci e tartarughe che ritrovano il loro habitat e dopo 40 anni sono ritornate le cozze pelose.

Sopra: Letto di fibre vegetali dove nasce il seme, simpaticamente chiamato “Reparto maternità”

Apertura di una cozza con la Grammedd (coltellino originale tarantino)

La riproduzione è di tipo esterno, ossia i due esemplari – maschio e femmina – emettono sperma e uova nell’acqua e proprio qui avviene la fecondazione, con il bisso (filamento tessile) si fissano ad un supporto, in questo caso al letto vegetale e crescono.

Ad oggi c’è un cantiere aperto da parte del Commissario delle Bonifiche, ci sono proposte e risorse finanziarie, si attende la valutazione sulle migliori tecniche da attuare, ma a patto – come sottolineano in molti – che si chiudano le fonti perché la bonifica va fatta facendo prima di tutto la messa in sicurezza.
I mitilicoltori sono costretti a lavorare tantissimo e a produrre di più. Sugli impianti non esiste sorveglianza e sono alla mercé degli sciagurati che fanno racket dei posti barca e estorsione del prodotto. C’è gente che vive in costante allerta: si carica i motori addosso quando se ne va per paura che vengano rubati, vivono con fatica e con la paura di non ritrovare persino la barca, c’è sempre il rischio che qualcuno vada di notte a rubare il prodotto e il mattino dopo non si trovi più nulla. In aggiunta ci sono imbarcazioni da pesca di frodo che devastano l’ecosistema. Quindi sarebbe essenziale vigilare e identificare gli impianti, il personale e la barca, cosa che gli stessi mitilicoltori corretti richiedono. Un’altra questione sono le facilities a terra: sono necessarie delle zone attrezzate e sostenibili da un punto di vista paesaggistico e ambientale. Non è da meno la valorizzazione anche turistica delle attività. Questi sono i presupposti affinché la categoria possa liberare le proprie energie e il prodotto venga riconosciuto.

Le peculiarità della cozza tarantina

Le peculiarità della cozza tarantina? Essere un prodotto artigianale.
I mitilicoltori conoscono una ad una le proprie cozze, è un lavoro faticosissimo, lavorano piegati sotto il sole e con il freddo. La grande forza e allo stesso tempo una debolezza è proprio l’artigianalità: è una produzione estremamente quantitativa che manca di un approccio qualitativo in cui la ricerca scientifica deve e può avere un ruolo. Un’altra caratteristica: le cozze tarantine hanno una sapidità diversa, sapore dolce e gentile, non ha quella tonalità metallica come altre varietà, dovuto al fatto che il Secondo Seno, soprattutto, ha una salinità leggermente più bassa grazie alla presenza dei Citri5. I mitilicoltori sono costretti a produrre mitili di una sola specie con basso valore unitario – 0,50 € al Kg – svalutando il prodotto così come il lavoro.
Per ovviare alla contaminazione del Primo Seno – dove avviene solo la “capitalizzazione” del seme – hanno escogitato un sistema: effettuano il trasferimento delle cozze per la maturazione nel Secondo Seno – Acqua di tipo A certificata – prima dell’estate, ciò mantiene sotto i livelli di guardia le diossine. Le sostanze che contaminano i mitili, sono lipofile6. I mitili prendono massa grassa da marzo a aprile quando inizia a far caldo; in inverno, invece, essendo i mitili ancora magri, queste sostanze non si legano ed è deducibile che quando i molluschi vengono trasportati in un luogo salubre prima del caldo non assorbono sostanze nocive. Questo sistema di controllo è sotto la strettissima vigilanza da parte degli organi sanitari locali e nazionali.
In gergo chi fa questo mestiere viene chiamato cuzzarul in maniera dispregiativa, ma basterebbe parlare con loro per capire che tra i mitilicoltori c’è tanta signorilità, ci sono tante bravissime persone e per quello che hanno subìto hanno reagito anche bene, non sono stati volgari quando sono stati additati come assassini e dall’aspetto ruvido, non per ignavia, ma semplicemente loro sono consapevoli che, nonostante tutto, ogni mattina devono andare a lavorare.

Dall’alto a sinistra: Mimmo D’Andria, Presidente del settore ittico della Confcommercio di Taranto, nonché Decano dei mitilicoltori. Nel 2005, la Regione Puglia, finanziata dal Ministero dell’Ambiente, voleva attuare il piano di dragaggio del Mar Piccolo, ma i mitilicoltori si opposero: alzare tutto quel fango avrebbe ucciso l’intero ecosistema. Tiene a che i giovani  proseguano questo mestiere. Fa da guida per allontanarli dalla strada a lavorare in mare; Nicola D’Andria, mitilicoltore che ama questo mestiere e cerca di valorizzarlo; innesto, avviene nel Secondo Seno: viene cambiata la maglia alla cozza una volta che è cresciuta creando le cosiddette Pergolari di cozze o Calze; le maglie non vengono più buttate in acqua, vengono conservate a terra e smistate come dovrebbero; la presenza dei citri (sorgenti di acqua dolce sommerse) rendono l’acqua più “grassa” provocando la presenza di parassiti, ascidie, che muoiono solo al sole. Il ciclo di stenditura (Si spanen’ li cozz’) e di rimessa in acqua prosegue per 16/18 mesi; l’operazione di rimessa in acqua viene effettuata in due: il primo mitilicoltore getta in acqua il pergolato, il secondo effettua il legamento con nodo parlato alla corda Vendij’; tecnica Bivandia detta anche Long Line con boe per la messa in acqua delle Pergolari; Franco, mitilicoltore. Il lavoro è molto faticoso e nonostante i suoi sessant’anni e più riesce a tirar su il pergolato che pesa più di 30 kg con una media mensile di centoquaranta al giorno.

Dall’alto a sinistra : l’utilizzo di imbarcazioni più moderne come la paranza per la raccolta facilitata e meccanica; la paranza richiede la tecnica monovandia, boe fissate da dei massi alle cui estremità vengono legate le corde vendij’ per facilitare la lavorazione; raccolta del seme; porticciolo più antico sulla sponda del Primo Seno.

Primo Seno. Sull’orizzonte Ponte Girevole, Taranto Vecchia. Un mitilicoltore al lavoro.

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Sull’orizzonte Ponte Punta Penna e Arsenale. In questo lembo di mare viene effettuata la semina.

 

Lo Stenditore è formato da un quadrato detto Quadro, composto da: Triangolo, a tre pali, che fa da pilastro sui quattro vertici del quadrato; Fùercc’, a due pali, che costituisce i lati del quadrato e Chiùmm, un palo, al centro. Le corde che delimitano un Quadro vengono chiamate Vendij’ .

Pamela Barba

Pamela Barba (Ceglie Messapica, 1985)

Fotografa Indipendente si occupa principalmente di Fotografia Sociale, indagini e didattica fotografica.

[ STUDI ED ESPERIENZE PROFESSIONALI ]

Freelancer e Collaboratrice Studi fotografici

2020 Corso “ Fotografare in condizioni critiche “ di Livio Senigalliesi

2020 Corso “ Migrazioni “ organizzato da Por Causa

2020 Corso “Le Migrazioni Internazionali” del Dr. Paolo Ruspini, Istituto di Ricerche Sociologiche (IRS), Università di Ginevra

2019 Referente Provincia Varese per progetto fotografia partecipata Tra cielo e Terra

Reportage Eventi nel territorio e dal 2018 collaborazione presso Maga Museum (documentazione laboratori didattici e cataloghi museo SEA)

Dal 2018 Ideazione e curatela del Corso Integrativo al Corso Base di Fotografia: Progettazione, Editing e Allestimento presso Il Sestante – Centro cultura fotografica di Gallarate

2013-2014-2015 Cura ed allestimento mostre fotografiche durante Festival Fotografico Europeo

2001 – 2003 Globalità dei linguaggi di Stefania Guerralisi, progetto integrazione, utilizzo di ogni forma d’arte

[ PUBBLICAZIONI E  CONCORSI ]

2021 Oro nero – Mitilicoltura tarantina tra resilienza e tradizione – Libro

2019 Semifinalista MarteLive – Roma col miniprogetto Sospiro Show 2019

2018 Semifinalista al Siena Awards con Sospiro

2018 Accademia di Belle Arti a Genova, Mostra Alla ricerca dell’umanità, L’esperienza religiosa

2018 Partecipazione con il progetto MEM (In collaborazione con Laura Astorri) al video Art per ARTBOX. PROGETTO New York 1.0 at the Stricoff Gallery 564 W. 25th Street, New York, NY 10001 durante la ARMORY artweeks.

2017 Pubblicazione ClickMagazine con i lavori La guerriera del sole e L’abito che non ho scelto (progetto Psoriasi)

2016 pubblicazione sul portale TheArtbo con il progetto “To Melissa. In Absentia”

[ RUOLO IN ASSOCIAZIONI ]

Dal 2018 Vicepresidente de Il Sestante – Circolo di cultura fotografica

Dal 2019 Collaborazione volontaria per Un’Altra Storia Varese, Comitato Diritti Umani e Amici Rifugiati di Schianno

Dal 2016 socio ordinario Fiaf

2013 – 2016 Socio Afi (Archivio fotografico Italiano)

[ MOSTRE PERSONALI ]

2020: Oro nero – Cascina Bisocca – Parco RTO di Castiglione Olona (VA)

2019: 2 marzo – People- prima le persone esposizione diffusa – Varese

2019: 2 marzo – People- prima le persone Centro Culturale Lazzari – Malnate

2017: La guerriera del sole – Duemilalibri – Gallarate

2016: Circuito off _ Festival fotografia etica – Lodi

2015 : Forme del cibo. Nutrimento dello sguardo – Busto Arsizio

2014: Mostre fotografiche istantanee italiane “Città di Castellanza” Villa Pomini

[ PROGETTI ]

2021: Reportage e laboratorio Essere vicino è fantastico presso comunità pedagogica-riabilitativa Villadosia di 4exodus

2019/2020 Come ti vedo come ti vedi presso comunità pedagogica-riabilitativa Villadosia di 4exodus – progetto fotografico/ psicoterapia: Emozioni

2018 Laboratorio di fotografia Ricomincio da un click presso comunità pedagogica-riabilitativa Villadosia di 4exodus

2019 Laboratorio didattico di fotografia Alla ricerca del tempo a cura di Pamela Barba e  Roberta Cavalleri presso Elaborando cooperativa sociale o.n.l.u.s

Membro fondatore del gruppo Lo Stato sociale della Fotografia / Rubrica Fotografia & dintorni

Cura ed editing del lavoro Hidden – Milano nascosta di Alessandro Capurso

Ideazione e cura del progetto editoriale Iperfocale presso Il Sestante – Gallarate

Indagini giornalistiche fotografiche in ambito sociale: documentazione fotografica e interviste /podcast 

La guerriera del sole – elogio alla bellezza dell’imperfezione

Mem – acque di vita (in collaborazione con la performer Laura Astorri)

L’abito che non ho scelto (progetto psoriasi)

A piedi scalzi (reportage settimana santa in Puglia) Francavilla Fontana – Taranto

Vite resilienti (storie di migrazione) in collaborazione con Giuseppe Musolino

Oro nero – mitilicoltura tarantina tra resilienza e tradizione presentazione Pio Tarantini

 

Oro nero – mitilicoltura tarantina tra resilienza e tradizione. AUTOPRODUZIONE. Disponibile presso la libreria Hoepli di Milano o chiedendo all’autrice pamelab@outlook.it.

 

 

 

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Reportage
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