©Evgen Bavcar
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LE FORME IMMAGINATE DI EVGEN BACVAR

Da un testo di Michel Gibson, Maison Heinrich Heine,2010

Un uomo che non vede

Inizierò con una semplice osservazione. Abbiamo a che fare con Egven Bacvar, un uomo che non vede e tuttavia ci permette di vedere le immagini. La situazione suggerisce che le immagini che contano davvero non ci arrivano dall’esterno, ma dall’interno.  La luce e le forme certamente ci arrivano dall’esterno, ma le immagini, come le vediamo  – e come le vede anche il mio amico Evgen Bavcar– prendono forma all’interno del nostro spazio mentale. È nella nostra testa che tutte queste immagini sorgono, si combinano e si riproducono in innumerevoli forme e per tutta la vita. Sono le figlie della nostra immaginazione, che è la nostra fabbrica di immagini. Noi umani pensiamo in due modi diversi e complementari, attraverso il linguaggio e attraverso l’immagine, come verificato nel lavoro dei principali ricercatori di neuroscienze, tra cui Roger Sperry, che ha vinto il Premio Nobel per la Medicina nel 1981.

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L’immagine appare per prima. 

È solo dopo che appare il concetto. Ciò significa che l’arte concettuale rappresenta un radicale (e a mio parere deleterio) capovolgimento dell’ampio processo cognitivo che si è innescato fin dalla prima apparizione dell’uomo. Mi ci è voluto un po’ di tempo all’inizio della mia carriera di critico per capire che non si può parlare di avvicinarsi all’arte senza estendere all’estremo la scala temporale della nostra riflessione su questo argomento. Non si tratta di pensare in termini di decenni, o addirittura secoli, o addirittura epoche – Rinascimento, Medioevo, antichità, preistoria. Piuttosto, dobbiamo tornare alle origini stesse dell’arte, origini che, secondo le ultime notizie dal Sudafrica, risalgono a circa 77.000 anni fa (e quindi alle pietre incise della grotta di Blombos). Dobbiamo tornare a quel tempo, perché è lì che è iniziato il vasto processo dell’arte, che è esso stesso una componente del più ampio processo della cultura,  che a sua volta fa parte del processo ancora più ampio della vita. Per alcuni paleontologi come Pascal Picq l’apparizione dei primi segni dipinti o incisi rappresenta una vera rivoluzione nell’attività mentale umana – la rivoluzione simbolica – o addirittura l’esplosione simbolica , data la velocità della sua diffusione.

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Perché questa non è una fase dell’evoluzione, ma l’invenzione di una popolazione umana in Sud Africa, che è stata in pochissimo tempo ampiamente adottata dal resto della popolazione mondiale. E se è una rivoluzione, è soprattutto nella misura in cui è lì che questa dimensione che chiamiamo umana comincia a prendere forma. L’essere umano, così concepito, non è quindi un destino biologico. È una scelta. Un progetto spirituale, si potrebbe dire, che un giorno si è messo in moto, in una tremenda efflorescenza di arte, canti, danze e rituali. L‘Homo Sapiens, nella sua forma biologica, è apparso diverse centinaia di migliaia di anni fa. La lingua, da parte sua, ha solo decine di migliaia di anni. Questo dicono i paleontologi. Ciò significa che i nostri lontani antenati, poche centinaia o duecentomila anni prima che sapessero parlare, pensavano e ragionavano solo in immagini, e lo facevano molto bene, dato che siamo ancora qui.

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Si può anche dire che sapevano leggere molto prima di sapere scrivere, poiché sapevano già decifrare le tracce del loro gioco nella neve dell’era glaciale (come dice James Février nella sua Storia della Scrittura). Questo potrebbe avere qualcosa a che fare con l’invenzione del segno e illustra il fatto che noi umani pensiamo in due modi diversi e complementari. Tutti ospitiamo, infatti, sotto la nostra calotta cranica, due personalità distinte. Una, a sinistra, è perfettamente consapevole dei limiti e sa distinguersi dal mondo.  Concepisce lo spazio, è consapevole del tempo. Pensa con le parole. Questo è l’intelletto dei filosofi. L’altro, a destra, fa parte del grande insieme. Ignora il tempo e lo spazio, si fonde estaticamente nell’infinità del mondo e vive in una gloriosa eternità. E soprattutto, pensa in immagini. È l’immaginazione di mistici, profeti e poeti, un’immaginazione di cui la gente pratica non si fida e che Goethe chiama teneramente pazza, mentre afferma di essere la moglie immortale dell’uomo e una delle dee degna delle più alte lodi (Meine Göttin).

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Da una parte, quindi, pensiamo con le parole, dall’altra le immagini. Eppure, i due insieme formano un unico essere vivente. Questo è il vero paradosso umano che ci fa progredire. Ma data l’apparizione tardiva del linguaggio (circa 50.000 anni fa secondo gli esperti del settore) sembra che la nostra conoscenza del mondo sia stata in realtà mediata dall’immagine, molto prima che avessimo imparato a parlare o pensare con le parole. E ancora oggi una parte del nostro cervello pensa ancora e soprattutto in immagini, e questo senza che ce ne accorgiamo nemmeno. Solo dopo aver preso coscienza di queste immagini, dopo averle designate con parole e trasposte nel linguaggio, che i concetti appaiono e finalmente permettono lo scambio nella comunità umana.

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Evgen Bavcar una volta si è dichiarato un artista concettuale. E probabilmente aveva ragione. Lui, più di chiunque altro, è senza dubbio un artista concettuale, poiché conosce il suo lavoro solo dall’idea che ne ha. Bavcar, però, come tanti altri artisti, ci permette di vedere le immagini che abitano la sua testa. Vede queste immagini. Ma ci offre solo l’idea, trasposta in un’immagine su carta da pellicola. Ho grandi riserve sul principio stesso del concettualismo,  cioè di un’arte che rende l’immagine una mera illustrazione del concetto. Mi sembra sia un capovolgimento totale di ciò che è stato, fin dall’inizio, non solo il processo dell’arte, ma quello del processo cognitivo nel suo complesso. Infatti, il processo cognitivo, per millenni, ci porta dall’inconscio al conscio, dal desiderio sconosciuto al riconoscimento di questo desiderio, durante un’operazione che gli mostra  il suo riflesso nell’immagine del sogno o della visione e gli permette così di ricevere un nome. Un nome che da solo lo introduce nei discorsi della comunità. 

Bavcar ci parla del suo vissuto. L’arte, infatti, non raffigura il mondo, ma piuttosto l’esperienza singolare che è la nostra presenza nel mondo. E la cecità che lo colpì ci permette, come dice Shakespeare, di «vedere quell’uomo oscuro che i ciechi possono vedere» , Cioè l’immagine che si presenta a noi come messaggera del nostro oscuro desiderio di essere.

Michael GIBSON

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Bio

Evgen Bavcar è nato a Lokavec, Slovenia, nel 1946. A 11 anni perse un occhio in seguito a un incidente e pochi mesi dopo anche il secondo rimanendo completamente cieco, cui seguirono 2 anni di cure cliniche. Ha studiato filosofia ed estetica all’università di Parigi e lavorato per il Centro Nazionale di Ricerca Scientifica (CNRS). Nel 1998 è fotografo ufficiale del Mese della Fotografia a Parigi. Nel 1992 pubblica il libro  Voyeur absolu (Il veggente assoluto). Nel 2010 viene proclamato dottore Honoris causa dall’Istituto di Studi Critici (Messico) e l’anno successivo dall’Università di Nova Gorica (Slovenia).

Bibliografia selezionata

«Le voyeur absolu» éd. du Seuil (Parigi, 1992)
« Les tentes démontées » éd. ITEM, illsutré par des lithographies de Miquel Barcelo (Parigi, 1994)
“La stella inaccessibile o un viaggio nel tempo” Benteli editori (Berna, 1996)
Meet the Angel” Janos Presse (Berlino, 1996)
Le troisième œil” éd. Institut français de Naples (Napoli, 1997)
«Mémoires rapprochées», éd. de la Petite Pierre (Neuwiller, 1998)
«Memoria do brasil» Cosac & Naify publishers (San Paolo, 2003)
« Die Säge », Galrev (Berlino, 2005)
« Dialogo en la oscuridad », Fondo de cultura economica (Messico, 2008)

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Articoli

In molti giornali e riviste: L’Homme-machine / Lunacornea / Lettre Internationale / Le Monde de l’Education / La Revue d’Esthétique / L’Atelier du Roman / Techné / Les Temps modernes / Humanidades / La Vie / Psychologie / Leib und Leben…

Mostre principali

In Francia (Parigi, Strasburgo, Tours, Biarritz…) e all’estero (Berlino, Napoli, Trieste, Kiev, Londra, Gent, Mosca, Messico, Lucerna, Praga, San Paolo, Rio, Porto Alegre…)
Carré noir sur vos nuits blanches (1987)
Narcisse sans miroir (1989)
Images d’ailleurs (1990)
Le regard rapproché (1993)
Mémoires rapprochées (1998)
Sur les traces de Balzac (1999)

Villes d’Europe/D’une nuit l’ailleurs (2000)
Contornos sagrados (2003)

Notte (2005)
Fotografia fuori dai cliché (2009)
Vista invisibile (2010)
Il buio e uno spazio (2012)

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Film su Evgen BAVCAR e il suo lavoro

“Narciso senza specchio” di H.Koder, “Lo sguardo abbagliante” di J.Deschamps, “Images from Elsewhere” di Ralf Zöller, “Images from Elsewhere” di Ralf Zöller, “La stanza oscura” di Stéphane Leblanc, « Les poseuses », co-diretto con Roland Plate, “El rumor de la linea” di Manuel Cusso Ferrer, “Le ali della notte” di Pierre Kabfuss, “Le regard proche” di François Levy-Kunz, ” Janela de l’alma” di Joao Jardim, “Evgen Bavcar, il fotografo cieco”, di Natalia Bogdanovska. “La stanza oscura” di Stéphane Leblanc. “Les poseuses”, co-diretto con Roland Plate, “El rumor de la linea” di Manuel Cusso Ferrer, “Le ali della notte” di Pierre Kabfuss, “Le regard proche” di François Levy-Kunz, “Janela de l’alma” di Joao Jardim, “Evgen Bavcar, il fotografo cieco”, di Natalia Bogdanovska. 

Inoltre ha tenuto moltissime conferenze e radio e televisione si sono occupate di lui.

Evgev Bacvar

 

Reportage
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