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Harar: la città etiope delle moschee

di Federica Giuliani

Harar, un capolavoro al centro dell’Etiopia, assomiglia più a una città araba che a una africana e cristiana quale è.
Qui, nel 1883, il poeta francese Arthur Rimbaud si trasferì a soli diciannove anni per sfuggire dalle delusioni collezionate a Parigi. Il primo bianco a scoprire Harar, però, fu il grande esploratore inglese Richard F. Burton vi entrò nel 1854, travestito da mercante arabo. Oggi la città fortificata sfoggia vicoli silenziosi, mercati profumati e suoni melodici nell’aria che la imprimono nella memoria di chi ha la fortuna di visitarla.

I Greci chiamavano l’Etiopia «Terra dei visi bruciati», nel Medioevo era invece il regno favoloso del Prete Gianni, dove i palazzi erano di cristallo e le vesti del re d’oro. Il Paese, a ogni modo, rimase fino alla fine del Settecento un luogo pressoché incantato e sconosciuto al resto del mondo.
Il modo migliore Harar è perdersi per le sue strade, che profumano di incenso e caffè tostato, inseguendo con lo sguardo i colori degli abiti indossati dalle donne e addentrandosi nei mercati brulicanti di merci e persone.

Cosa vedere

In centro città si trova una casa-museo dove si dice abbia vissuto Rimbaud, ma che, più probabilmente, è appartenuta a un ricco mercante indiano. La sua splendida biblioteca, il soffitto decorato con carta colorata, che è valso all’edificio il titolo di Casa Arcobaleno, e la mostra fotografica permanente al secondo piano valgono comunque la visita.

Altra sontuosa dimora trasformata in museo è l’Abdullah Sherif House, dove si possono vedere gli abiti delle varie tribù che popolano l’Etiopia oltre a una ricca collezione di testi sacri, cristiani, copti e musulmani. Perché qui si vive tutti in armonia.

Quarta città santa dell’Islam, dopo Mecca, Medina e Gerusalemme, Harar è conosciuta per le sue 82 moschee e i 102 santuari ma è anche la sede di uno dei birrifici che vanno per la maggiore in Etiopia, quello che produce appunto la birra Harar.
Una città di pace dove passeggiare senza fretta per ammirare i muri dipinti di fucsia e verde menta, lasciandosi condurre dal profumo delle spezie, reso più intenso dal sole infuocato.

Infine, quando arriva il buio, fuori dalle mura cittadine si svolge un rituale un po’ strano: gli uomini danno da mangiare alle iene, che prendono il cibo direttamente dalle loro mani. A cosa serva questa usanza non si sa, ma rende l’ambiente ancora più misterioso.

Ph di Ahron de Leeuw 

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