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India-Gujarat. Un gruppo di famiglie Rabari Vagadiya in cammino nel distretto di Kutch, un'area della regione indiana del Gujarat al confine con il Pakistan
India-Gujarat. Un gruppo di famiglie Rabari Vagadiya in cammino nel distretto di Kutch, un'area della regione indiana del Gujarat al confine con il Pakistan. ph Bruno Zanzottera©

ANCORA IN CAMMINO

Fotografie di Bruno Zanzottera. Testo Elena Dak

Gujarat, nord ovest indiano, ai confini con il Pakistan: in lontananza una carovana composta da una decina di donne Rabari, e altrettanti dromedari, avanza in fila lungo la corsia di emergenza. Nel fragore assordante della strada trafficata da mezzi di ogni sorta, camion rombanti come tuoni, sfiorano le esili figure. Queste paiono incedere indifferenti ma la presa della corda e i nervi tesi dei polsi tradiscono la stretta con cui tengono le briglie perché i dromedari sentano la loro presenza e non si imbizzarriscano. La percezione di una forte accelerazione impressa in questo ultimo secolo ai cambiamenti che riguardano i nomadi Rabari, e non solo loro, mi induce a cercare di catturare, attraverso l’osservazione e l’immersione nel loro vivere quotidiano di pastori, il senso della migrazione in un contesto ambientale quasi ostile. Le strade del Gujarat oggi tagliano il territorio senza pietà. Dopo il terremoto del 2001 la regione si è trasformata gradualmente da Stato di bucolica arretratezza a uno dei motori economici dell’India di oggi, con tutte le contraddizioni che il rapido sviluppo innesca nella società. Strade a sei corsie, ponti, sopraelevate, ferrovie, pale eoliche, fabbriche, capannoni e città convivono con i villaggi e le campagne. Nel mezzo di questo reticolo antropizzato e industrializzato mi metto alla ricerca dei nomadi rabari Vagadiya, in migrazione. Per certo quelli dei Rabari sono passi di piedi abituati alla polvere e ora costretti alla strada, ed è in questo scarto tra sabbia e asfalto che tento di indagare le loro vite nomadi. I Rabari se possibile migrano più lontano di un tempo, costretti dalla ricerca dei pochi spazi liberi e sospinti dalle ricorrenti siccità a cercare pascoli lontani.

India-Gujarat. Le donne Rabari Vagadiya portano l'acqua da pozzi e stagnial campo. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Le donne Rabari Vagadiya portano l'acqua da pozzi e stagnial campo. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Durante il monsone, le famiglie Rabari in viaggio accendono fuochi di sterco di animali per respingere gli insetti. ph Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Durante il monsone, le famiglie Rabari in viaggio accendono fuochi di sterco di animali per respingere gli insetti. ph Bruno Zanzottera©

Il Kutch è il luogo in cui, nell’XI secolo si sono insediati tre gruppi: Kacchi, ormai sedentarizzati, a ovest di Bhuj, i Dhebaria, nel centro e nell’area di Anjar, e i Vagadiya, che ho potuto seguire, più a oriente, tra Bachau e Ravechi, nella zona detta Vaghad. La risposta alle pressioni politiche, ai pericoli connessi e alle crisi climatiche è sempre stata migrare. Un tempo erano allevatori di dromedari, necessari all’aristocrazia guerriera dei Rajput, e  alle carovane protagoniste dei traffici commerciali. L’arrivo degli inglesi determinò trasformazioni irreversibili: declino dei flussi carovanieri e il crollo della domanda di dromedari da combattimento; così i Rabari si dedicarono all’allevamento di capre e pecore. Questa ricerca sulle tracce dei Rabari guarda senza retorica all’oggi dei pastori, prevede di infilarsi nella stessa maglia di contraddizioni e fatiche, di condividere lo stesso tempo, la stessa polvere, gli spazi, il sole, i rovesci monsonici, i matrimoni e le puje (offerte) nei templi, le mansioni ai pozzi, le spine e il chapati sul fuoco la sera. Accade di temere di soffocare a causa delle esalazioni delle fabbriche contro le cui recinzioni i pastori si accampano talvolta di notte ma anche di ascoltare canti notturni e crepitio di braci. Le loro vite sono fasci di contrasti tra bellezza e smog, jeans e ricami d’altri tempi, carovane e ciminiere. La partecipazione alle azioni e al cammino è necessaria e la condivisione dei dettagli minimi fa parte del piacere e dell’immersione che un progetto di questo tipo impone. Chi scatta le immagini di queste pagine si cala quanto me nella vita dei Rabari, indossa le stesse fatiche e partecipa ai medesimi entusiasmi, assiste agli stessi matrimoni e condivide ogni pasto. L’abbigliamento degli uomini li rende facilmente riconoscibili anche ai meno esperti: pantaloni composti da un lungo telo annodato ai fianchi e passato tra le cosce e giacchini fittissimi di pieghe dal petto in giù. Tutto bianco. Non manca l’inseparabile bastone su cui appoggiarsi nei momenti di stanchezza.

India-Gujarat. Un matrimonio Rabari nel villaggio di Kadol. La sposa di 16 anni Rami è completamente velata, dietro di lei c'è la 17enne Momayou. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Un matrimonio Rabari nel villaggio di Kadol. La sposa di 16 anni Rami è completamente velata, dietro di lei c'è la 17enne Momayou. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Abu Bai, il capo carovana del gruppo di famiglie Rabari Vagadiya, accende un beedi, o piccolo sigaro indiano. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Abu Bai, il capo carovana del gruppo di famiglie Rabari Vagadiya, accende un beedi, o piccolo sigaro indiano. ph. Bruno Zanzottera©

Le donne, che si occupano del carico delle masserizie sui dromedari, si distinguono per i bolerini ricamati (un tempo a mano) e per i numerosi piccoli tatuaggi che si rincorrono sul collo, gli avambracci, le mani, i polpacci. I Rabari sono attori di una realtà pastorale poco conosciuta e particolare nel panorama nomade: posseggono infatti case stabili in villaggi o in quartieri destinati a loro, ma non hanno terre, e alla fine della stagione estiva dei monsoni, quando il territorio e il clima tornano asciutti, sono costretti a intraprendere una lunga migrazione più o meno circolare in gruppi, detti dang, di due o tre famiglie, per poi ritornare a casa poco prima dell’inizio delle piogge successive, otto mesi dopo. Raramente migrano in territori totalmente sconosciuti e approfittano, quando possibile, di relazioni già consolidate con i contadini e della presenza di punti d’acqua noti.

IIndia-Gujarat. Campo notturno di una famiglia Rabari Debriya durante la migrazione stagionale. ph. Bruno Zanzottera©
India-Gujarat. Campo notturno di una famiglia Rabari Debriya durante la migrazione stagionale. ph. Bruno Zanzottera©

La riduzione progressiva di terra per il pascolo è il principale problema che i Rabari oggi devono affrontare. L’agricoltura estensiva, le strade, le innumerevoli fabbriche rendono la migrazione una corsa a ostacoli; i vecchi percorsi migratori sono stravolti da interferenze e interruzioni e soprattutto la terra libera è drasticamente ridotta. Colpisce la caparbietà che anima i pastori e li induce a migrare laddove non ti aspetteresti mai di trovarli; toglie il fiato la visione di carovane lente e ondeggianti sulle autostrade. È oggetto di discussione, non solo in ambito antropologico naturalmente, l’usanza dei Rabari di stipulare accordi matrimoniali quando i figli sono ancora piccoli. Nonostante la legge proibisca matrimoni al di sotto dei 18 anni, questi spesso vengono celebrati di nascosto nei villaggi, col favore delle tenebre. 

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La scelta del coniuge ricade sempre all’interno dello stesso sottogruppo di appartenenza ma in un villaggio diverso da quello di origine della sposa. Dopo il fidanzamento infantile, la cerimonia matrimoniale si svolge durante l’adolescenza ma solo qualche anno dopo, la sposa viene consegnata allo sposo che ne paga il prezzo in denaro, gioielli e animali. Le donne Vagadiya sono nere, soprattutto le più adulte, nere nei veli, le gonne lunghe, i bolerini. Capi che un tempo erano di lana e ora sono sempre più spesso di tessuti sintetici che le giovani preferiscono colorati.

Il vecchio Walla Bai ad ogni passo fa tremare le mille pieghe del suo giacchino bianco. Con pezzi di carta trovati a terra confeziona fischietti per richiamare a sé gli agnelli che lo seguono in cammino. Dice che per lui la vita in migrazione è stata la migliore possibile ma spera che i nipoti avranno una vita diversa perché non c’è futuro per i pastori, non c’è spazio nel senso fisico di terra disponibile. Le famiglie sono cacciate quasi ogni giorno dagli abitanti dei villaggi limitrofi verso un orizzonte mai libero. La vita di questi pastori non cambierà. Ciò non toglie che abbiamo avuto la netta sensazione di essere testimoni di un mondo in rapidissima trasformazione.

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