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Sardegna: Sant’Antioco un paradiso di colori dove tessere la seta di mare

08/11/2017

di Francesca Spanò | @francynefertiti

Un angolo di paradiso diviso tra scogliere e mare dalle mille sfumature. Ecco Sant’Antioco, in Sardegna, nel Sulcis-Iglesiente, che sorge sui resti di Sulki, un’antica città del Mediterraneo occidentale.

Un’isola dai grandi numeri

La maggiore tra le isole sarde, la quarta in Italia per estensione dopo Sicilia, Sardegna e Isola d’Elba. La sua origine è vulcanica, con una inattività di circa 15-20 milioni di anni e una formazione prevalentemente rocciosa. Verso il mare aperto, a Occidente, nella costa si trovano pareti verticali a falesia, con grotte e insenature ma poche spiagge. Al contrario la costa orientale ha fondali bassi e sabbiosi. Lo spettacolo paesaggistico è garantito dalla presenza di macchia mediterranea e, in particolare, Cisto, lentisco, corbezzolo e ginepro. A tratti non mancano orti e vigne e il fico d’india.

La storia, le antiche tradizione

Oppressa per lungo tempo dai pirati, fino almeno a metà Ottocento, vanta una peculiarità curiosa: Sant’Antioco costituisce l’unico caso in Europa di isola minore in cui sono presenti popolazioni diverse per storia, lingua, tradizioni e costumi. Nella parte settentrionale, in particolare, si trova una popolazione di origine ligure, ma proveniente a sua volta dalla Tunisia nel 1770, tanto da essere soprannominata “Tabarchina”.

Curiosità

Sant’Antioco, in generale, presenta spiagge relativamente poco affollate anche in alta stagione, con fondali interessanti per le attività subacquee. Si tratta, inoltre, di uno dei luoghi al mondo dove si effettua la filatura e la tessitura del bisso. Questa è una fibra che si ricava dal mollusco detto “pinna nobilis” che popola le aree marine a fondo sabbioso. L’ultima al mondo a tessere la preziosa seta di Mare è Chiara Vigo, proprio qui. Si tratta di un filo molto delicato color oro e viene prodotto dalla Pinna nobilis, endemica nel Mediterraneo e a rischio estinzione. La sua nascita è affascinante: in pratica per attaccarsi alle rocce, questa specie secerne delle proteine che a contatto con l’acqua creano la magia. Saperlo lavorare è un’arte antica e delicata che oggi conosce soltanto questa sessantaduenne che si immerge fino a 17 metri per raccogliere i filamenti. Sant’Antioco è, appunto, la sua “base”. Deve fare, però, molta attenzione visto che dal 1992 è vietato prendere i molluschi e la fatica è tanta: si calcola che per portare a riva trenta grammi di filo occorrono ben cento immersioni.

La storia del bisso

Si sa ben poco e i primi documenti risalgono al Settecento, con qualche citazione nell’antichità. Quello che non è chiaro se prima si usasse questo per gli abiti di lusso o il cotone, specie riguardo a popolazioni come i fenici o gli assiri. Il tessuto, però, è menzionato nella Stele di Rosetta, si preferiva per avvolgere le mummie egizie e qualche volta se ne parla nella Bibbia.Tuttavia sono diversi i manufatti in bisso che sono stati trovati ed oggi conservati in vari musei al mondo. La Vigo non pratica l’attività a scopo di lucro. Per la precisione è legata al sacro giuramento del mare che vieta che il bisso sia acquistato o venduto.Tutto ciò che ha creato lo regala ad amici o personaggi di spicco. Esiste un Museo fondato da lei che era stato chiuso e da poco ha riaperto per vedere la sua arte, candidata a diventare Patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco.

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